
Attraverso gli occhi di Maya, Jessica Chastain, ripercorriamo la caccia decennale di Osama Bin Laden portata avanti dall’America. Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, nominato a 5 premi Oscar e ispirato alle vicende realmente accadute, è un viaggio all’interno dell’ossessione costante e tenace della protagonista.
Prima di tutto una donna, Maya, esile nel fisico e quasi eterea in viso ma con un coraggio e una follia che ci trascinano lungo anni di sacrifici personali e impegno professionale ma soprattutto umano. La protagonista riesce ad essere allo stesso tempo una vera e propria combattente per lo scopo che si è prefissata, al quale pochi credono, ma per cui lei continua a dare il cento per cento di se stessa.
Forse non è un caso che una regista donna si sia immedesimata con un eroina donna, ma all’uomo è dato altrettanto spazio, se non di più, dimostrando quanto ancora certi settori della nostra società siano amministrati e governati dal genere maschile. I colleghi e i capi e ovviamente il Presidente, sono gli avversari che per dodici anni Maya ha dovuto sopportare e provocare affinchè il suo progetto potesse dare veri risultati. I “canarini” invece sono strumenti per la guerra, per compiere l’impresa ultima, soldati allenati all’estremo e presi a cuore dalla stessa Maya per l’utilizzo disumano a cui li destinano.
I film della Bigelow spiazzano sempre chi pensa che dietro tematiche come la guerra e la tortura ci sia sempre una mente maschile, ricordiamo il precedente e pluripremiato The Hurt Locker anche se a nostro parere meno interessante. Zero Dark Thirty è un film maestralmente equilibrato in tutte le sue parti, coraggioso, spietato e profondo, non molla mai la presa sullo spettatore, grazie al montaggio, alla recitazione e alla fotografia.
Zero Dark Thirty in termini militari sta per le ore oo:30: nella scena del raid l’orologio di Maya segna appunto le 00:30. Apprezzabile l’astuta assenza del volto di Bin Laden lungo l’intero film, la quale lascia un velo di mistero e irrisolto desiderio visivo allo spettatore.
L’unico elemento forse utilizzato con meno maestria sono i cartelli che non scandiscono nè solo i salti temporali, nè solo quelli spaziali, nè temi contenutistici. Questi vengono usati in modo confusionario, certe volte sembrano di troppo e perfino troppo didascalici. Equilibrato anche il finale del film, senza troppe pretese e orpelli inutili, lascia la profondità di una scoperta storica per l’umanità ma anche intima per la protagonista, che si abbandona per la prima volta in modo evidente ai sentimenti controllati per tutti quegli anni.










